
Il nostro studio legale ha assistito in questo procedimento penale una donna accusata di aver sottratto i figli minori all’altro genitore, nonché il suo attuale convivente accusato di minacce ai danni dello stesso. Il caso che raccontiamo oggi rappresenta una vicenda che purtroppo accomuna molte donne costrette a compiere scelte estreme per proteggere sé stesse e i propri figli da situazioni di violenza domestica. La nostra assistita, pur trovandosi nella posizione formale di imputata, era in realtà una vittima che aveva agito per tutelare la propria incolumità e quella dei suoi bambini. Il Tribunale, al termine del processo, ha riconosciuto pienamente le ragioni della difesa, assolvendo entrambi i nostri assistiti.
UNA MADRE COSTRETTA A FUGGIRE PER PROTEGGERE I FIGLI
La vicenda ha origine all’interno di un matrimonio segnato da anni di maltrattamenti fisici e verbali. La coppia aveva due figli piccoli e viveva all’estero per motivi di lavoro, rientrando periodicamente in Italia per le vacanze. Durante uno di questi soggiorni estivi, la donna decideva di allontanarsi dalla casa coniugale portando con sé i bambini, senza comunicare al marito la destinazione. Una scelta che può apparire drastica, ma che nasceva da una sofferenza profonda e dalla necessità urgente di mettere in sicurezza sé stessa e i minori.
La donna, infatti, era stata vittima di ripetute aggressioni da parte del coniuge, il cui comportamento violento risultava aggravato dall’abuso di sostanze. In una circostanza particolarmente grave, avvenuta pochi mesi prima della fuga, il marito l’aveva colpita con un pugno al volto provocandole una seria lesione, il tutto sotto gli occhi dei figli. A conferma della gravità di questa condotta, il coniuge era stato successivamente processato e condannato in sede penale per lesioni personali aggravate, con una pena di otto mesi di reclusione.
Lo stesso figlio, ascoltato in un procedimento civile separato, aveva riferito di non voler più vedere il padre proprio perché aveva assistito alle violenze sulla madre, dichiarando con parole semplici e dirette di ricordare bene quegli episodi.
Subito dopo l’allontanamento, la nostra assistita si era presentata alle forze dell’ordine per segnalare la propria posizione e quella dei minori, e nel giro di poche settimane aveva ricontattato il marito comunicandogli la propria intenzione di separarsi. Non si trattava dunque di una sparizione improvvisa e definitiva, ma di una fuga motivata dal terrore e seguita da comportamenti trasparenti e responsabili.
Il marito, dal canto suo, aveva sporto denuncia contestando l’allontanamento e la sottrazione dei figli. In seguito, aveva anche denunciato la seconda persona da noi assistita per presunte minacce telefoniche ricevute nel periodo successivo alla separazione.
LA DECISIONE DEL TRIBUNALE: DOPPIA ASSOLUZIONE
Al termine di un processo durato diversi anni, il Tribunale ha pronunciato una doppia assoluzione. La nostra assistita è stata assolta dal reato di sottrazione di minori perché il fatto non costituisce reato, avendo il giudice riconosciuto che la sua condotta era giustificata dallo stato di necessità. Il secondo imputato è stato assolto dal reato di minacce perché il fatto non sussiste, non essendo emerse prove sufficienti a suo carico.
LO STATO DI NECESSITA COME SCRIMINANTE DELLA SOTTRAZIONE DEI MINORI
Il cuore di questa sentenza risiede nel riconoscimento dello stato di necessità, un principio giuridico che merita di essere spiegato in termini accessibili. Il nostro ordinamento prevede che una persona non possa essere punita quando ha agito per salvare sé stessa o altri da un pericolo attuale e grave per la propria incolumità, a condizione che il pericolo non sia stato da lei volontariamente provocato e che non esistesse un’alternativa ragionevole.
In questo caso, il Tribunale ha ritenuto che la madre si trovasse esattamente in questa situazione. Le violenze subite erano gravi, documentate e accertate anche in un altro procedimento penale conclusosi con la condanna del marito. La donna viveva in un contesto di pericolo concreto e reale, non solo per sé ma soprattutto per i propri figli, i quali assistevano impotenti alle aggressioni e ne subivano le conseguenze psicologiche. Allontanarsi portando con sé i bambini non era un capriccio né un atto di prevaricazione nei confronti dell’altro genitore, ma l’unica via per sottrarsi a una situazione insostenibile.
Il giudice ha inoltre dato rilievo al fatto che la donna, immediatamente dopo la fuga, si era rivolta alle autorità comunicando la propria posizione. Questo comportamento dimostrava che non vi era alcuna volontà di sottrarre definitivamente i figli al padre, ma soltanto la necessità di metterli al riparo da un contesto pericoloso, in attesa di trovare una soluzione legale alla situazione familiare.
Per quanto riguarda il secondo assistito, accusato di minacce telefoniche, il Tribunale ha riscontrato che le dichiarazioni rese dalla persona offesa in aula erano contraddittorie rispetto a quanto inizialmente denunciato. Le frasi riferite in dibattimento differivano sensibilmente da quelle contenute nella denuncia originaria, e lo stesso imputato, nel corso del suo esame, aveva fornito una versione diversa e plausibile dei fatti. In assenza di riscontri oggettivi e in presenza di prove insufficienti e discordanti, il giudice ha ritenuto doveroso pronunciare l’assoluzione.
VIOLENZA DOMESTICA E DIRITTO DI PROTEGGERE I PROPRI FIGLI
Questa sentenza conferma un orientamento ormai consolidato nella giurisprudenza italiana, già espresso dalla Corte di Cassazione, secondo cui la madre che sottrae i figli minori al coniuge violento agisce in stato di necessità e non può essere punita. Si tratta di un principio fondamentale per tutte quelle donne che, trovandosi intrappolate in relazioni abusive, temono le conseguenze legali di una fuga che è in realtà un atto di sopravvivenza.
Il nostro studio legale conosce bene la complessità emotiva e giuridica di queste situazioni. Sappiamo che dietro ogni fascicolo c’è una persona che ha sofferto, che ha avuto paura, e che spesso si sente sola di fronte a un sistema che può apparire intimidatorio. Per questo il nostro impegno non si limita alla difesa tecnica in aula, ma comprende un’attenzione autentica alla persona e alla sua storia.
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